Romanzo epistolare pubblicato nel 1938, conobbe successo immediato negli Stati Uniti, fu censurato e dimenticato in Europa per poi essere tradotto in francese nel 1999 e conoscere così una enorme fortuna, ispirare un adattamento cinematografico ed uno teatrale. Avremmo voglia di discutere a lungo delle ragioni che portano l'Europa a riaprire di continuo le ferite della Seconda Guerra Mondiale, a sporgersi sull'orlo di un pozzo da cui è appena risalita, per vedere quanto sia in effetti rischioso cadere giù di nuovo, al traino dei partiti estremisti che prendono piede. Ci limiteremo invece a parlare di questo breve romanzo e dei suoi piccoli personaggi banali a cui è dato il ruolo di giocare alla Storia.
Il carteggio si svolge tra un ebreo americano e un tedesco suo vecchio amico e socio in affari, che è tornato in patria e vive in prima persona l'avvento di Hitler al potere, con tutte le immaginabili conseguenze del caso. Da elogiare la scrittura netta come una cucina appena lavata, tipicamente femminile almeno quanto la lungimiranza di pubblicare una storia simile un anno prima dello scoppio del conflitto mondiale. Sì, l'autore è donna, ma su consiglio del marito si presentò al pubblico con nome maschile (di nuovo: vogliamo davvero meravigliarci ancora di questo genere di episodi?).
Resta un aspetto di cui vale la pena discorrere: la vendetta feroce e spietata, lucida e facilissima, messa in atto da uno dei protagonisti. All'apparenza assurda e invece tratta da una storia vera, ci dona l'unica attuale riflessione del romanzo: in tempi bui e difficili, anche ai personaggi piccoli è data facoltà di fare idiozie grandi.
Consigliato a chi ama pigiare il dito sul livido pur sapendo che farà male.
Inconnu à cette adresse
Kressmann Taylor
Editions Autrement Littératures
Parigi 1999
60 pagine
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Viaggio nella Francia rurale di inizio secolo: un sud fatto di vecchi al bar, cicale e un pugno di mandorle da portare in dono ai vicini. Sono appunto due famiglie con le proprietà confinanti le protagoniste di questa prima parte del dittico
L'eau des collines: i Soubeyran orgogliosi e rispettati da un lato e un ereditiero gobbo istruito e sconosciuto dall'altro. Le due famiglie sono connesse: il vecchio scapolo Cesar, in gioventù aveva corteggiato a lungo Florette, la ormai defunta madre del gobbo, la quale aveva invece scelto di sposarsi nel paese accanto facendo perdere le sue tracce; in parte per vendetta, in parte per interesse personale, con una serie di astuzie e qualche anno di pazienza punta a far scontrare il giovane cittadino e la sua famigliola in germoglio, con le durezze della campagna, in modo da far acquistare le loro terre a suo nipote, erede di una gloriosa stirpe che però porta in sé il seme della follia.
Altra protagonista assoluta è l'opinione pubblica paesana, che qui ha il ruolo del coro nelle tragedie greche: commenta i fatti, porta notizie, giudica comportamenti. La descrizione dei personaggi si fonda dunque su tre punti: il loro modo di rapportarsi al paese, la loro intimità casalinga e i loro tratti fisici salienti; questi ultimi contribuiscono a costruire una sorta di commedia dei personaggi e delle maschere, in cui avere i capelli rossi è simbolo di malafede e una gobba è una punizione divina. La saggezza popolare della campagna e la sorda modernità cittadina si affrontano così attraverso personaggi fortemente caratterizzati, in uno scenario naturale di superba bellezza e ruvida semplicità.
Questo classico della vasta produzione di Marcel Pagnol, trova la sua estrema popolarità (anche grazie al film da esso tratto, interpretato da Montand, Depardieu, Auteuil) nel suo valore simbolico e didattico di fiaba umana senza tempo, che lo avvicina ai racconti dei nostri nonni contadini.
[La seconda parte è Manon des sources.]
Consigliato a chi ama ascoltare i pettegolezzi di paese.
Jean de Florette
Marcel Pagnol
Edition de Fallois
2005
316 pagine
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L'amore è gioia, l'amore rende liberi. Balle: l'atto amoroso nasce dall'egoismo, dalla voglia di tenere nascosto l'oggetto del proprio desiderio, di proteggerlo dagli sguardi altrui e dal rischio di perderlo. Questo almeno secondo la Nothomb, che con la sua consueta disinvoltura di personaggi e di trame, ci trasporta in un'isola fuori dal tempo e dalla geografia, dove un vecchio tiene prigioniera una ragazza deforme che lui stesso ha strappato dalle braccia della morte; un'infermiera bella e piena di senso pratico viene chiamata dalla terraferma per prendersi cura della piccola sfigurata, e scopre che tra i due c'è un profondo legame che va ben oltre il rapporto di protezione: inizia così ad addentrarsi nei vischiosi meandri mentali e sessuali della loro torbida storia d'amore, dando vita ad un triangolo ricco di spunti letterari, e di richiami alle note più nascoste e vergognose dei sentimenti che ci gloriamo invece di definire puri.
Restando nel tema dell'amore come possesso, vale la pena notare che il bravo vegliardo va oltre la semplice reclusione, e si cura di negare alla ragazza amata il diritto stesso di autocoscienza, privandola dell'uso di specchi o altre superfici riflettenti per renderla inconsapevole della propria immagine; non bisogna lavorare troppo di fantasia per trasportare questo atteggiamento anche sul piano mentale, poiché è chiaro che la ragazza è circuita ed impossibilitata ad allontanarsi dal suo salvatore e torturatore pur essendo libera di farlo, almeno in teoria. Ancora una volta quindi, la Nothomb ci propone la dualità tra amore e male, facendo dell'amante e dell'aguzzino un unico personaggio, causa prima di bene e di male, indispensabile per la protezione che offre, odioso per la prepotenza con cui la esercita.
Se questo breve romanzo ci ha turbato infine, non è certo per lo stile impeccabile e ironico, né per il finale che -siamo sicuri- sarà in grado di accontentare tutti con la sua disarmante genialità, ma per l'insolenza con cui ci fa mettere in discussione le nostre stesse relazioni amorose, proponendoci un modello lirico di assoluto pari solo ai dialoghi folli di Addio alle armi e di Cime tempestose (ancora un volta, sì), e ricordandoci che ci vuole fegato sia per essere carceriere che per essere degni della prigionia.
Consigliato a chi è in una "relazione aperta", di quelle che vanno di moda adesso.
Mercure
Amélie Nothomb
Le Livre de Poche
Parigi 1998
189 pagine
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Due racconti pubblicati dalla rivista Elle rispettivamente nel 2004 e nel 2001, e poi riuniti in questa piccola raccolta del 2008, che danno uno spaccato efficace della scrittura di Amélie Nothomb e fanno venire voglia di leggerne ancora.
Il primo narra di un arrampicatore sociale che si macchia di un atroce delitto in nome dell'eredità, e della sua successiva e bislacca redenzione. Il secondo racconta l'avventura di un uomo qualsiasi che si inoltra nel profondo nord e rinuncia al proprio nome per avere una vita piena d'amore (di più non si può e non si sa dire). Entrambi i racconti sono ben oltre i limiti dell'assurdo, ma modulano due aspetti diversi dello stesso tema portante: la relazione affettiva che lega due esseri a volte si fonde e confonde con il dolore e con la prigionia. Un tema abusato nella letteratura, eppure la Nothomb riesce a darne visioni originali attraverso tagli particolarissimi: nel primo racconto è il forte senso estetico che detta il ritmo della narrazione, offrendo quadri di un romanticismo ed una perfezione strazianti, come la scena in cui i protagonisti si nutrono di gamberi e birra in fondo al pontile di Ostenda. Nel secondo invece, il tema amoroso è usato come critica alla società che si ostina a rinnegare il proprio lato sentimentale, arrivando così a scoprirsi totalmente assuefatta ad esso già dopo il primo involontario 'assaggio', ed è costretta a soccombere non riuscendo a rinunciarvi.
Lo stile della narrazione è sincero in modo disarmante, crea persino imbarazzo nel lettore. La Nothomb dilata le parole e propone intrecci elaborati e ampiamente argomentati; i personaggi non sono affatto banali, ma riccamente connotati, coerenti alla loro indole psicologica nelle azioni e nei pensieri. In tutto questo trovano spazio anche i giudizi dell'autrice, sempre lucidi, dissacranti e pieni di tutta l'umanità possibile, che proiettano il lettore sull'orlo di un abisso di riflessioni paurose. Una piccola raccolta che scuote, lasciandoci realistiche e impietose descrizioni dell'amore come espiazione e ribellione, quali a nostro avviso non se ne vedevano dai tempi di Cime Tempestose.
Consigliato a chi ha deciso che non vuole più innamorarsi.
L'entrata di Cristo a Bruxelles; Senza nome
Amélie Nothomb
I libri della domenica
Il Sole 24 ORE
Milano 2011
79 pagine
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Scritto nel 1925 ma pubblicato solo postumo per via della censura sovietica, Cuore di cane è da sempre considerato un ritratto insolente della società moscovita post-rivoluzionaria. In effetti ne ha tutti i connotati perché i personaggi non sono altro che grottesche maschere umane ricche di simboli, mentre il cane sembra essere l'unico a possedere un cuore.
La storia assurda è un'operazione chirurgica in cui un famoso luminare impianta ghiandole seminali e ipofisi umane nel cane randagio Pallino, che aveva raccolto morente dalla strada e nutrito fino a farlo diventare un languido cagnone da salotto. Le conseguenze dell'infausto trapianto sono terribili, in quanto l'animale si tramuta in un uomo volgare e infido, il signor Pallinov, senza alcuna educazione né remora, né codice morale. Egli stringe amicizie discutibili ed arriva persino a denunciare il suo creatore, che è rimasto in effetti piuttosto borghese, come foriero di idee e atteggiamenti controrivoluzionari. Facile da qui la lettura dell'ominide come uomo della NEP che parla di 'prendere tutto e dividerlo' ma poi cura i suoi interessi egoistici senza alcun rispetto per amicizie persone o ideali. La soluzione estrema praticata dal medico, dopo innumerevoli tentativi diplomatici, è quella di una contro-operazione, che dunque simboleggia il ritorno alla società tradizionale.
Tuttavia, Bulgakov non salva neanche l'opulenta borghesia descritta prima e dopo l'intervento: i personaggi che la incarnano sono crapuloni spregiudicati, ridicoli nei loro vizi e nei loro segreti, dei grassi buffoni che si mascherano di cultura e si scambiano complimenti e smancerie a vicenda. Essi vivono in un ambiente altrettanto finto, un teatro di animali impagliati e barattoli con organi da trapiantare, ma diventano magri e sofferenti nel periodo in cui il signor Pallinov dà loro filo da torcere.
Nonostante la sua brevità, questo romanzo risulta piuttosto pesante perché estremamente denso: il lettore si sente smarrito di fronte a tanta inquietante assurdità, e paradossalmente trova meno indigesti e quasi confortanti gli strampalati ragionamenti del cane prima e dopo la mutazione in uomo. Evidentemente sta in questo l'allegoria finale e definitiva della demenza dell'umanità, che proletaria o borghese che sia, è capace di toccare il fondo della decenza e della rispettabilità.
Consigliato a chi l'aveva sempre detto che i cani capiscono più degli uomini.
Cuore di cane
Michail A. Bulgakov
Pillole BUR
Milano 2010
169 pagine
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Pubblicato nel 1942, è il primo romanzo di Natalia Ginzburg, che lo firmò con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte. Narra la storia di una ragazza di provincia affascinata dalla città e dalla vita che vi si svolge, della sua crescita come donna e madre, delle scelte che compie e delle loro conseguenze.
Ad una prima intuitiva analisi simbolica, la strada per la città rappresenta il cammino di maturazione compiuto dalla protagonista, ma misura anche la distanza tra il suo mondo di origine e quello a cui ambisce. E' una strada a senso unico, tuttavia: come la giovane Delia, anche gli altri protagonisti restano catturati nelle illusioni cittadine e vivono la permanenza in paese come sofferenza necessaria per poi tornare a percorrere il famoso viale polveroso che li porta verso la libertà. La città è come una tara, un marchio che ciascuno di essi si porta addosso, un vago senso di insofferenza che li condanna a desiderare di più e a non apprezzare ciò che invece possiedono. Non c'è alcuna pretesa di giudizio da parte dell'autrice: i fatti e le sensazioni sono narrati lucidamente ed in modo distaccato, quasi come avvenimenti necessari nell'Italia fascista delle grandi ambizioni covate sotto la brace delle convenzioni sociali.
Il simbolo più forte è infine la strada come illusione di gioventù: anche se tutti i personaggi trovano una collocazione più o meno regolare in città, restano intrisi di un senso di triste e svogliata nostalgia per i tempi spensierati in cui cercavano espedienti e avevano voglia di crescere. Questo segna un ulteriore peggioramento rispetto ai loro precedenti illustri, Gli indifferenti. Mentre Moravia chiude sull'accettazione del compromesso borghese con la vaga speranza di miglioramento, la Ginzburg va oltre e descrive l'inutilità di aver realizzato le proprie aspirazioni, poiché si resta comunque profondamente infelici.
Consigliato a chi non si accontenta mai.
La strada che va in città
Natalia Ginzburg
I libri della domenica
Il Sole 24 ORE
Milano 2011
79 pagine
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Dire che qualcosa è dritto, retto o diretto dà sempre un senso di stabilità e assoluto, nonché di concretezza. Questa sensazione deriva indubbiamente da secoli di dominio della geometria euclidea, che si basa sulla definizione di concetti elementari come punto, retta, superficie e delle relazioni tra di essi. Eppure nell'apparato euclideo c'è una falla: il famigerato quinto postulato che non è mai stato dimostrato né negato.
Ora, la questione apre scenari molto interessanti: esso dice che per un punto esterno ad una retta passa una sola parallela alla retta data. Negli anni tuttavia non è stato possibile negare neanche che ne passino infinite (almeno due, è la dicitura corretta), o che non ne passi nessuna. Da qui nascono altre due geometrie, rispettivamente iperbolica e ellittica, cioè vari modi di vedere il mondo e rappresentarlo. L'idea più affascinante è quella di un universo eterogeneo, in cui cioè coesistono le varie geometrie e la rappresentazione della realtà avviene attraverso la loro integrazione; il ragionamento è coerente con la diversità e la ricchezza di forme che ci circondano. Un ulteriore vantaggio delle geometrie non euclidee è stato inoltre quello di fornire i modelli e gli strumenti di calcolo per teorie fisiche che altrimenti non avrebbero avuto la forma elegante e chiara con la quale le conosciamo: una su tutte la relatività di Einstein, che si basa sulla geometria di Reimann per spiegare la curvatura della spaziotempo.
Tutto questo nei primi quattro capitoli del libro, ai quali se ne aggiungono altrettanti che invece hanno poco di interessante perché parlano di troppi argomenti senza scendere nel dettaglio né tantomeno darne una panoramica organica. E' vero, le applicazioni della geometria sono molte e disparate, ma ripetere i concetti o girare intorno ad argomenti caldi senza mai affrontarli davvero, non sono certo metodi per accattivarsi la simpatia e l'interesse dei lettori, soprattutto perché si perdono di vista le geometrie non euclidee, cioè l'argomento del saggio.
Dunque, lodevole la scelta dell'argomento, ma dimezzando la lettura si ottengono gli stessi risultati. A quanto pare questo sta diventando il postulato della collana Mondo matematico. Chissà cosa ne avrebbe pensato Euclide!
Consigliato a chi ama le curve morbide.
Quando le rette diventano curve. Le geometrie non euclidee
Joan Gomez Urgellés
Collana Mondo matematico, RBA
Milano 2011
151 pagine
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Il giovane Pietro Grossi debutta tra i narratori contemporanei senza mostrare alcuna incertezza, con un trittico di racconti che spiazzano: tre pugni, appunto. Proprio il tema dell'esordio è il filo conduttore di questo agile libro, omaggiato dalla prestigiosa casa editrice Sellerio che lo ha annoverato tra i 20 titoli significativi della collana La rosa dei venti, edita in occasione del suo quarantesimo anniversario di attività.
Tre storie di iniziazione, che parlano della fretta di crescere e della voglia poi di tornare indietro, per paura di essere inadatti, o per stanchezza. Il primo racconto, Boxe, è un omaggio alla nobile arte, simbolo della vita stessa. Il protagonista è un ragazzetto che sa di avere i numeri giusti per essere un campione e cerca conferme nel tanto agognato primo (e unico) incontro, durante il quale impara a suon di pugni dati e ricevuti che il talento e l'affermazione non sono doni naturali come nelle favole, ma vanno integrati dalla consapevolezza e dalla maturità necessaria a gestirli. Il secondo racconto, Cavalli, confronta due fratelli e i loro modi totalmente diversi di crescere, simboleggiati questa volta dall'uso che ciascuno di essi fa del cavallo ricevuto in dono dal padre: uno si spinge fino in città per vivere avventure inenarrabili (ed in effetti si parla di lui solo quando riappare sporadicamente in paese), l'altro resta nella casa paterna a lavorare e a costruire caparbiamente un futuro solido e rassicurante. Il terzo racconto infine, Scimmia, narra della tentazione di sfuggire alle responsabilità e alle delusioni attraverso la pazzia: un amico del protagonista si è messo a fare la scimmia, e davanti a questa amara rinuncia lui non può far altro che sentirsi tentato, e provare a non pensarci.
La scelta di uno stile asciutto e sincero è lodevole per un esordiente che ha il coraggio di non tradire la propria indole narrativa, proponendo intrecci tutt'altro che facili, personaggi originali ed un linguaggio misurato e non ammiccante. L'opera sarà apprezzata per le riflessioni che propone, non certo per gli sconti che concede. Tra i pregi di Grossi è giusto citare anche la ricchezza delle ambientazioni: serena e introversa la prima, scandita dalle sequenza di colpi sul ring; aperta e di ampio respiro quella di Cavalli, che è una ballata western senza tempo né spazio definiti; decadente e sudata la terza, lucidamente nervosa come fosse un Amleto scritto da John Fante.
Proprio a causa delle loro diverse impostazioni, risulta difficile giudicare quale sia il migliore dei tre racconti: il consiglio è di goderli così come sono, completando intimamente i finali lasciati volutamente sospesi di fronte alle scelte.
Consigliato ai Peter Pan.
Pugni
Pietro Grossi
Sellerio editore
Palermo 2006
219 pagine
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Quarto romanzo di Stefano Benni, che già nel 1992 inscenava una satira pungente sull'Italia e sulla sua vocazione alla santità tra disastri, perbenismi e miseri giochi di potere.
La storia si snoda con una doppia trama: quella portante come delirio onirico di quella secondaria, poco elaborata e altamente simbolica, che dà senso al tutto. Occhio-di-gatto è un bambino fuggito dall'orfanatrofio, riacciuffato e mandato in riformatorio, ma è anche una delle incarnazioni del Grande Bastardo, protettore dei barboni, degli orfani e degli spiantati. Questa la trama secondaria sviluppata solo attraverso brevi interludi alla fine di ciascuna delle dieci parti di cui si compone la storia principale, la quale invece narra le peripezie di tre orfani: fuggiti dalle grinfie del loro poco ortodosso tutore Don Biffero, attraversano pericoli, fanno nuovi amici, ne perdono altri ed infine prendono parte al leggendario campionato mondiale di pallastrada. Tra i loro nemici più accaniti c'è appunto il vizioso pretonzolo dell'ordine degli Zopiloti, c'è il capo di stato di Gladonia e addirittura l'esercito; dalla loro parte invece stanno i puri di cuore e gli indigenti, il Grande Bastardo e qualche tocco magico. Su tutta la vicenda aleggia una misteriosa profezia, il cui significato non sarà svelato fino alla fine epico-biblica della vicenda.
Se da un lato è facile trarre una storia per bambini dal romanzo (che difatti ha liberamente ispirato due stagioni di cartoni animati per la TV), dall'altro si è portati a riflettere sul suo pesante taglio politico, in cui il nome dell'Egoarca Mussolardi (che vive su un elicottero privato e possiede dodici televisioni) parla da solo per se stesso e per tutto ciò che rappresenta, sia in termini di critica al presente, che come prospettiva catastrofica di scenari futuri.
Nessuno dei moltissimi personaggi è particolarmente approfondito, né potrebbe esserlo poiché la storia ha un forte timbro corale dal quale non si può prescindere: a ragione molti hanno pensato di leggervi il duello atavico tra il bene e il male, che prendono corpo in figure bislacche e indefinibili, quali solo la fantasia di Benni può creare. Non tutti i bambini sono buoni e non tutti gli adulti sono antagonisti, sono ammessi redenzione, perdono e vendetta, fantasmi e fast food, ossari e macchine volanti, come in ogni buon dipinto dell'Italia che si rispetti. Eppure nella battaglia finale si trascende dal Belpaese e i simboli si purificano e diventano assoluti, elevando così il romanzo da farsa ridanciana a triste parabola della storia.
Consigliato ai Santi, ai Poeti e ai Navigatori.
La Compagnia dei Celestini
Stefano Benni
Feltrinelli
Milano 1992
286 pagine
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La metamorfosi per antonomasia, l'arcinota storia del povero Gregor Samsa, commesso viaggiatore che si sveglia mutato in un gigantesco insetto, qui riproposta dal Sole 24 ORE nella collana I racconti d'autore ad un prezzo popolare. E' una ghiotta occasione per far arrivare in ogni casa questo grande classico dell'assurdo.
Seppur breve, il racconto si presta a numerose interpretazioni; tuttavia il tema principale è di sicuro l'alienazione dell'individuo, il quale riesce ad integrarsi solo se conforme alle regole: il protagonista non mostra di gradire il proprio lavoro di commesso viaggiatore, anzi ne risulta piuttosto provato, ma è consapevole che sostentare la sua famiglia è l'unica via per essere considerato e rispettato. Se da un lato la società prova ribrezzo e repulsione per il diverso e cerca di sbarazzarsene, è interessante notare come dall'altro lato il protagonista stesso sia consapevole di aver disubbidito (seppur involontariamente) alle leggi perbeniste del vivere sociale e se ne faccia una colpa. Alla scoperta della propria metamorfosi il primo pensiero va infatti ai suoi doveri, e tenta di nascondere la nuova condizione ai suoi parenti per reintegrarsi al più presto nel corso naturale della sua scialba quotidianità.
La storia della triste mutazione è contestualizzata in un ambiente domestico e sociale già di per sé degradante, di cui amplifica ulteriormente la disperazione: si può infatti considerare il macabro avvenimento come un setaccio che fa passare solo i tratti caratteriali più puri di ciascuno dei personaggi, liberandoli dalle convenzioni e dai compromessi del vivere comune. La sorella dunque svela il suo animo capriccioso e volubile, il padre la rabbia e la madre pietà e debolezza profondissime. Così la famiglia, fondata su rapporti inadeguati a sopportare a supportare l'individuo, non riesce a gestire la nuova condizione di Gregor e non ha altra scelta che sperare nella sua rapida morte, per evitare lo scandalo e ricomporre l'equilibrio domestico.
La popolarità del racconto e la sua attualità trovano fondamento nei sentimenti che continua a suscitare anche in noi lettori moderni: dopo l'incredulità iniziale che cede il passo alla rabbia verso i familiari ottusi e disumani, ciò che più ci fa riflettere è scoprirsi a desiderare che l'increscioso incidente abbia fine, una qualsiasi, anche la più tragica. La morale non riguarda il nostro atteggiamento nei confronti dei diversi che incontriamo, ma piuttosto il nostro terrore di essere considerati diversi. Ci vergognamo di aver tradito i nostri ideali liberali ed egalitari rallegrandoci che la sorte dell'escluso non sia toccata proprio a noi. Allora il racconto ci serva da monito: il confine tra l'integrazione e l'emarginazione è sottile e troppo facile da attraversare.
Consigliato a chi ama le sorprese al risveglio.
La metamorfosi
Franz Kafka
I libri della domenica
Il sole 24 ORE
79 pagine
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Ancora un centro per la RBA e la collana Mondo matematico, che questa volta presenta una matematica di sfida e di ricerca. E' la storia di uno dei teoremi più semplici ed eleganti mai formulati, che però non ha avuto dimostrazione se non dopo tre lunghi secoli di tentativi inutili.
Il libro si apre con una prima parte introduttiva alle problematiche della numerologia e delle cosiddette terne pitagoriche, ma avrebbe potuto farlo in modo più agile ed utile, senza appesantire la lettura con superficiali e dunque inutili approfondimenti. L'impressione è quella di un contenuto stiracchiato per raggiungere il numero di pagine delle altre pubblicazioni della collana.
Un altro piccolo errore di impostazione sta nell'aver calcato troppo la mano sul lato misterioso e inarrivabile della dimostrazione: la bellezza di una formula matematica sta soprattutto nel suo potere sintetico, che racchiude le leggi della vita in pochi simboli. Non serve certo un apparato misterico per esaltarne le implicazioni suggestive ed universali: questo tipo di sovrastrutture porta soltanto ad una commercializzazione della materia, rendendola fruibile agli amanti dei complotti e degli intrighi, ma allontanando le menti scientifiche. Sicuramente l'intento editoriale è puramente divulgativo, ma se si può chiudere un occhio su alcune dimostrazioni sommarie, non si può perdonare il fastidio di leggere la storia del pensiero matematico come se fosse uno dei best seller tanto in voga al momento.
Il libro tuttavia si riprende abbondantemente nella seconda parte, che presenta la figura di Pierre de Fermat come un umile avvocato con la passione dei numeri, che si divertiva a mandare lettere ai suoi contemporanei per proporre loro quesiti matematici; stiamo parlando di uno studioso che non ha mai pubblicato un libro, ma che teneva testa a mostri sacri del calibro di Cartesio. Anche dopo la sua morte, la dimostrazione dell'ultimo teorema è sfuggita ai più grandi studiosi di sempre, per coronare invece la carriera di Andrew Wiles, altro umile matematico che ha lavorato sette anni nell'isolamento totale per riuscire a porre fine a questa sfida secolare. Un'esaltazione dell'umiltà dunque, della passione e del duro lavoro di ricerca che stanno dietro alle grandi conquiste scientifiche.
Consigliato a chi fa ricerca, come incoraggiamento a non avere paura davanti alle grandi sfide.
L'enigma di Fermat. Una sfida lunga tre secoli
Albert Violant i Holz
Collana Mondo matematico, RBA
Milano 2011
151 pagine
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violant i holz
Uno dei grandi classici della letteratura mondiale, che ha ispirato adattamenti cinematografici, saghe, fantasie e paure di intere generazioni. E' impossibile infatti non sentirsi parte della caccia al vampiro più famoso di tutti i tempi, in una climax di emozioni e orrori.
Sei personaggi di eterogenea estrazione sociale e culturale stringono una fortissima amicizia vincolata dall'obiettivo comune di liberarsi del Conte Dracula, dando vita ad una task force internazionale (dalla Romania al Regno Unito) degna di un moderno poliziesco. La storia è ricostruita per mezzo di articoli di giornale, diari dei protagonisti e lettere, attraverso i quali Stoker dà prova di flessibilità narrativa, nonché di sconfinata bravura nell'adattare lo stile e il linguaggio al narratore. Tuttavia, questa caratteristica rende la lettura piuttosto complessa ed impegnativa, per il continuo variare del registro e l'uso di svariati dialetti non proprio facili da comprendere.
Oltre all'incalzare della trama, notevoli sono anche gli spunti di riflessione sociale e culturale, di cui è esempio eclatante la lotta tra pensiero razionale e fenomeni paranormali. Il dottor Van Helsing (reso popolare dal film omonimo a lui interamente dedicato), personaggio chiave della caccia a Dracula, trascorre molte ore a convincere lo scettico psichiatra suo allievo della veridicità dei fenomeni a cui assistono, e l'ironia di Stoker glielo fa fare utilizzando il metodo scientifico moderno, fatto di ipotesi, sperimentazione e verifica! Un gotico moderno dunque, l'ultimo del genere, gemma di perfetta fattura che congiunge il romanticismo al nascente positivismo.
Consigliato a chi ha fiducia totale nella scienza.
Dracula
Bram Stoker
Penguin Popular Classics
Londra 1994
449 pagine
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Chi ama la letteratura in ogni genere non potrà non adorare 'Il bar sotto il mare', raccolta di racconti che omaggia la scrittura e tutte le sue forme. Un avventore si ritrova in un misterioso bar e lì ascolta le storie di ciascuno dei presenti, dalla Pulce del cane nero alla Bionda col vestito rosso. Eterogenei sono i narratori ed altrettanto variegati sono i modi in cui risplende la maestria di Stefano Benni. Dal noir all'epistolario, passando dalla mitologia alla fantascienza per arrivare al gotico, in un costante richiamo ai mostri sacri della narrativa.
Altrettanto diversi sono i temi trattati, ma il filo conduttore unico è la varietà: come in un circo umano, divino, animale e persino marziano tutti avranno la loro parte di spettacolo e il loro momento di gloria che metterà in risalto le proprie qualità, soprattutto le meno convenzionali. Scambiare diamanti per una bottiglia di chinotto produce effetti meno stravaganti che portare un bambino al cinema a vedere Bambi, per esempio. Così anche il più emarginato nelle nostre società ha il suo pregio, ciò che lo rende speciale agli occhi di qualcun altro.
E' un Benni
dal multiforme ingegno, critico salace della realtà contemporanea ed alimentatore dei sogni necessari a superarla, che cotruisce un immortale caleidoscopio di sorrisi dolceamari, in cui la fine si fonde con l'inizio e con la necessità di narrare per esorcizzare.
Consigliato a chi ama la macedonia.
Nota personale: queste poche imperfette parole sono dedicate alla memoria di Rita Mastrapasqua, scomparsa prematuramente. Professoressa di italiano e di molte altre cose, ci regalò il dono dei libri ma soprattutto ci insegnò che non bisogna farsi meraviglia di niente.
Il bar sotto il mare
Stefano Benni
Feltrinelli
Milano 1987
196 pagine
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Il facile gioco di parole nel titolo introduce immediatamente alla trama scontata: un killer, abbandonato dalla ragazza proprio mentre si appresta a svolgere l'ennesimo incarico, si trova coinvolto pericolosamente nella vita privata della sua vittima, ed inseguendolo ha l'occasione di ripensare alla propria, di vita, sia sentimentale che lavorativa. Dopo una serie di incidenti di percorso che lo costringono al prepensionamento, ha il coraggio di riprendere in mano la sua esistenza aggrappandosi a ciò che sa fare meglio: uccidere in modo lucido senza lasciare posto ai sentimentalismi di cui sopra.
Il racconto si inquadra alla perfezione nel genere noir, cavalcandone i topos e gli espedienti più classici; resta comunque una storia ben raccontata, degna del Sepùlveda grande narratore che padroneggia linguaggio e tecnica per condurci in riflessioni e peripezie da un capo all'altro del mondo. Memorabile a tal proposito l'architettura della scena nel bazar turco, con il suo svolgimento perfettamente articolato: sensazioni, sentimenti e azioni sono esaltati dalle descrizioni degli ambienti e dai tempi saggiamente scanditi.
La lettura è agevole forse anche in virtù della mancata suspense e fa godere al lettore poche piacevoli pagine nella convinzione di non restare deluso: dopo tanti viaggi in aereo e tanti errori commessi, un appostamento sotto la pioggia torrenziale nella torre di un bianco campanile messicano, è davvero l'unica degna fine.
Consigliato a chi ha un pomeriggio libero sotto l'ombrellone.
Diario di un killer sentimentale
Luis Sepùlveda
I libri della domenica
Il Sole 24 ORE
Parma 2011
72 pagine
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Nel piccolo paese di Luino, sulle rive del Lago Maggiore, Piero Chiara ambienta una storia piccante di ambizioni piccolo-borghesi e nobiltà decadute, che ha per protagoniste quattro figure di mezza età: tre sorelle non sposate di rara bruttezza e uno scapolo con la passione per le deformità. Simbolo dell'Italia anni '30, egli nasce contadino ed in virtù di una brutta ferita procuratasi nella Grande Guerra, ottiene un posto nella pubblica amministrazione che gli permette di costruirsi la fama di uomo rispettabile, anche grazie al contegno rigido e metodico. Il suo obiettivo è il matrimonio, e sceglie a tal fine la maggiore delle bigotte sorelle Tettamanzi, aprendosi così il varco nella loro bella casa e conquistando il dominio materiale su tutto, dai loro corpi ai loro pensieri.
La vicenda è succulenta e perfettamente immersa nella mentalità e nelle atmosfere del paese, così come nel contesto storico di un fascismo emergente e di una rete sociale ecclesiastica controllante ma disposta a dimenticare pur di non creare scandali. Tuttavia Chiara non si perde dietro ai pettegolezzi, ma ne fa nascere una sorta di parabola umana, situata in un piccolo mondo chiuso in un tempo senza storia, a simboleggiare le debolezze e le passioni egoistiche che governano le azioni di ciascuno dei personaggi: nessuno agisce in modo disinteressato, è un lavorio continuo di calcoli e progetti più o meno onesti e rispettabili.
Pur essendo soltanto il suo secondo romanzo, nel 1964 -anno di pubblicazione- Piero Chiara è già nel pieno della sua maturità, e possiede un bagaglio di aneddoti ed esperienze tale da poter rappresentare in maniera organica e consapevole il suo mondo. Pregevole la scrittura asciutta, spesso pungente, ma soprattutto disincantata nei confronti delle innumerevoli ed infime sfumature che può assumere il comportamento umano.
Consigliato a chi cerca la persona giusta: magari ne trova tre!
La spartizione
Piero Chiara
Mondadori
Milano 1964
148 pagine
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Una metamorfosi grottesca e totale coinvolge David Kepesh, professore di letteratura contemporanea, che tante volte e con tanta passione aveva tenuto lezioni su altre trasformazioni famose, da Kafka a Gulliver. Dopo averne ignorato i sintomi per settimane, al fine di non cadere per l'ennesima volta vittima della propria ipocondria, una crisi ormonale muta il suo corpo in un enorme seno femminile, cosciente ma quasi totalmente privo di sensi, rotondo da un lato e capezzoluto dall'altro.
Costretto dunque a vivere su un'amaca in una stanza d'ospedale, ripensa alla sua vita fino a quel momento, e ai principali personaggi che la animano: il padre noioso che ammazza il tempo, l'analista lucido con cui aveva da un pezzo finito le sedute, e la sua maestrina pudica dai seni pesanti, donna a cui è legato per desiderio di stabilità più che per passione.
Un cult dell'assurdo, brillante ed ironico, moderno nei dialoghi fitti e molto introspettivo, quasi una sceneggiatura di Woody Allen. Non trascurabile affatto è la componente sessuale, non solo perché il protagonista si tramuta in una tetta di 70 chili, ma perché la ricerca sfrenata del piacere è la prima pulsione di cui è preda nella sua nuova forma, l'istinto che scatena tutte le reazioni successive: incredulità, disperazione, accettazione, manie di grandezza, rabbia, vergogna, paranoia. La conclusione invece sta nella letteratura, scelta come espediente per sopravvivere; la poesia finale di Rainer Maria Rilke stigmatizza infatti l'idea fondamentale: per deviare il corso di una vita scialba occorre cambiare se stessi, e ci si renderà conto che non è necessaria nessun'altra metamorfosi.
Consigliato a chi pensa di condurre un'esistenza noiosa.
Il seno
Philip Roth
I libri della domenica
Il Sole 24 ORE
Milano 2011
76 pagine
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Quando un artista usa il proprio linguaggio espressivo per mettersi al servizio del sociale, allora bisogna inchinarsi e rendergli l'onore che merita. Questo è indubbiamente il caso di Leonardo Sciascia, che nel 1961 ebbe il coraggio di pubblicare con Einaudi un racconto -tale lo definì lui stesso- che denunciava in modo pacato ma fermo l'esistenza della mafia in Sicilia, negata invece dalla classe politica italiana dell'epoca.
La trama sembra ormai banale ai nostri occhi, tanti sono stati i successivi libri e film (per non parlare degli sceneggiati televisivi) sul tema: un Capitano dei Carabinieri venuto dal nord si illude di risolvere una serie di crimini riconducibili alla malavita organizzata; viene per questo sollevato dall'incarico ma mantiene forte il proposito di tornare in Sicilia per continuare a lottare con onestà e abnegazione. Resta invece immutato nei decenni il valore artistico dell'opera, agile nella lettura, perfetta nelle dinamiche e nelle psicologie dei personaggi, esente da retoriche e ricca di atmosfere.
Ci si potrebbe chiedere che senso ha oggi una tale lettura, per noi che ormai siamo più che sensibilizzati a queste tematiche: ebbene, crediamo che abbia ancora più valore adesso che negli anni scorsi, perché ci scuote dalla banalità del male che abbiamo imparato sì a condannare, ma anche ad accettare. Paradossalmente, la mafia è ormai un'entità mitica, una sorta di 'cattivo nazionale' che sentiamo di dover combattere come il buco nell'ozono e il disboscamento selvaggio. Sciascia la mostra invece all'opera nel quotidiano, dove deve necessariamente stare la chiave per la sua risoluzione.
Consigliato agli idealisti.
Il giorno della civetta
Leonardo Sciascia
Adelphi La Nuova Italia
1993
199 pagine
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L'irriverente fantasia di Daniel Pennac si inventa questo piacevolissimo testo teatrale e lo dedica al nostro Stefano Benni, quasi a sancire il patto di somiglianza tra i due nel far ridere e sorridere ma anche pensare. Qui la riflessione è breve e senza grandi pretese: un artista, nel ricevere un riconoscimento alla carriera, è chiamato ad intrattenere il pubblico per almeno 75 minuti, pena la perdita del premio. Anziché leggere un discorso di ringraziamento, si prende però scherzosamente gioco della giuria, del pubblico e soprattutto di se stesso.
Abilissimo nel tratteggiare il protagonista del micro-copione (portato in scena da Claudio Bisio), Pennac ce lo rende subito simpatico, e ci immedesimiamo nella sua bonaria e sorniona ribellione a quelle regole sociali che ci obbligano a fare riverenza, soprattutto davanti a coloro cui non dobbiamo proprio nulla. Simbolicamente forte, a tal proposito, la scelta di far levare il sipario sul protagonista girato di spalle che si inchina davanti ad un pubblico immaginario, dando così la schiena (e il fondoschiena) al pubblico reale. Un tantino retorica invece la presenza del maestro delle elementari, come personaggio a cui non vuole dare niente e a cui forse deve molto; ma tutti abbiamo il diritto di avere scheletri nell'armadio, e viene il sospetto che queste poche pagine siano più autobiografiche di quanto vogliano far credere (si veda
Chagrin d'école).
A proposito di autobiografia infine, un'ultima riflessione sul processo creativo e sul successo: dopo anni passati nell'ombra, il riconoscimento alla carriera viene letto dal protagonista come un invito a farsi da parte; sente così traballare la sua postura artificiosa e rigida tipica di uno che ha una mela in equilibrio sulla testa, ed è qui che dà il meglio di sé in un monologo brillante, impreziosito dal finale amaro e bellissimo che confonde opera, autore, premio e pubblico, con un gioco mirabile di luci e ombre. Il sipario è quasi una salvezza.
Consigliato a chi mi ringrazia per il consiglio.
Grazie
Daniel Pennac
Feltrinelli
Milano 2004
69 pagine
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Si può facilmente immaginare il motivo del successo di pubblico di questo libricino: poche pagine, poche righe per pagina, frasi sincopate e accattivanti che strizzano l'occhio alle grandi masse di lettori in cerca di emozioni. Se questo è saper scrivere, allora tanto di cappello. Ma se essere un narratore vuol dire proporre una storia che abbia qualcosa da raccontare, con proprietà di stile e personalità, allora evidentemente qualcosa manca a Montedidio.
Non bastavano il bambino lavoratore, il falegname saggio, la madre morta prematuramente, l'ebreo scampato all'olocausto, la ragazzina abusata in cambio dell'affitto, il padre dall'amore ruvido, il vecchio pedofilo (ebbene sì, c'è davvero tutto ciò, tutto insieme), a trasmettere quel trito senso di rivalsa sociale misto a buonismo: la banalità dei personaggi è degnamente affiancata da uno stile adolescenziale fatto di dialetto, anafore e punteggiatura demagogica; nei vostri diari segreti dell'epoca della rabbia giovane troverete probabilmente qualcosa di molto simile. Si potrebbe obiettare che, in effetti, la storia è scritta in prima persona proprio dal protagonista tredicenne, scugnizzo napoletano dal buon cuore, ma anche questa scelta narrativa appare soltanto un inutile carico ad appesantire la trama già piombata e prevedibile.
Si intravede persino una possibile interpretazione di senso in chiave religiosa, ma a quel punto si aprirebbe un baratro di simboli e messaggi criptici non sviluppati e nemmeno troppo originali, la cui accozzaglia fa quasi rabbia per quanto annoia: la disabilità come mezzo di riscatto, tanto per dirne uno (il protagonista ha un occhio buono ed uno che usa solo per guardare il cielo; l'ebreo invece, una gobba da cui escono le ali per volare a Gerusalemme). Insomma, poiché una trama avvincente non c'è, non resta che concentrarsi sui contenuti; peccato che di vangeli ce ne siano già tanti, e scritti meglio.
Consigliato a chi colleziona le frasi dei Baci Perugina: qui le trova tutte.
Montedidio
Erri De Luca
Feltrinelli
Milano 2001
142 pagine
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Difficilmente si trova un saggio scritto in modo tanto chiaro e altrettanto organico, che non teme di affrontare un argomento in tutte le sue sfaccettature e lo rende comprensibile anche ai non addetti ai lavori. C'è da dire poi che il tema (spinoso e caotico sono eufemismi) è lo smascheramento di una delle più clamorose bufale dell'era moderna: il cosiddetto lunacomplottismo, che non ha una formulazione organica -e come potrebbe averla?- ma in sostanza nega o quantomeno scredita le missioni spaziali Apollo, che portarono per ben 6 volte l'uomo sulla luna.
Tra i meriti di
Paolo Attivissimo (giornalista informatico e cacciatore di bufale, il cui cognome è tutto un programma) c'è una solida documentazione scientifica e tecnica che gli permette di introdurre il lettore nel mondo delle missioni spaziali, per farlo familiarizzare con la terminologia specifica e i dettagli operativi. Da qui poi dimostra che sulla luna ci siamo andati davvero, ed infine si prende la briga di confutare pazientemente tutte le più note e abusate obiezioni dei lunacomplottisti. Un'impostazione lodevole, che si fonda sul rispetto (per esempio separa i semplici disinformati dai recidivi che negano l'evidenza delle prove), e sul rigore: nella bibliografia è un piacere trovare uno degli storici libri di astrodinamica, correntemente studiato nelle università altamente specializzate in formazione aerospaziale.
Insomma la conoscenza ci salverà dalla psicosi paranoica di perseguitati cronici: basta informarsi per non sentirsi vittime di un complotto internazionale (ed extraterrestre, a questo punto) che rinnega il fascino delle imprese compiute da uomini straordinari e la dignità di coloro che hanno sacrificato anche la propria vita per giungere tanto meravigliosamente lontano.
Consigliato a chi, dopo anni di studi, è costretto a sentire ogni tipo di baggianata che infanga sua professione.
Consigliato anche a chi vorrebbe dirne di meno, di balle spaziali.
Luna? Sì, ci siamo andati!
Le risposte ai dubbi più frequenti sugli sbarchi lunari
Paolo Attivissimo
Edizione digitale aggiornata al 29 marzo 2011
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